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"Somme adeguate alle esigenze"

La persona con disabilità deve poter disporre di una somma adeguata alle proprie esigenze

La quasi totalità dei regolamenti comunali in materia di accesso ai servizi (in alcuni casi si tratta di regolamenti, in altri di piani socio-assistenziali) prevede che la persona con disabilità che utilizzi un servizio possa disporre di una somma per le spese personali. Si tratta, in genere, di piccole o piccolissime somme mensili (mediamente tra € 50/70, sino ai – rarissimi – casi in cui la somma a disposizione può superare i 100 Euro mensili, concessi però in casi particolari – solitamente non specificati) ricavate dalle provvidenze economico-assistenziali (pensione di invalidità, indennità di accompagnamento) di cui beneficia la persona. In alcuni casi i Comuni prevedono addirittura che alla persona non rimanga nulla a disposizione, in quanto ogni bene e avere deve essere impiegato per il pagamento della retta. Una situazione che accade sempre più spesso di incontrare, soprattutto laddove la persona frequenti un servizio diurno (CDD – centro diurno per persone con disabilità, CSE – centro socio educativo, o SFA – servizio di formazione all’autonomia) oltre che il servizio residenziale.

Tralasciando qui ogni considerazione in merito alla questione “compartecipazione al costo”, e concentrandosi invece sul tema delle somme che devono essere lasciate a disposizione della persona per far fronte alle proprie esigenze, ANFFAS sostiene da sempre che l’unico modo per stabilire l’entità di tale somma è la redazione del progetto individuale, che identifichi non solo le esigenze di ordine materiale (p.e. vestiario), ma anche le esigenze (noi preferiamo sempre definirli con il loro nome: diritti) di tipo immateriale (p.e. una vita di relazione che concorra a mantenere dignitosa la vita della persona) [1].

Dopo la sentenza TAR Brescia n. 1453/2011 ora anche il TAR Milano (sentenza n. 1570/2013) interviene sul medesimo aspetto, ma in modo ancor più incisivo.

Il ricorso proposto dalla persona con disabilità chiedeva ai Giudici del TAR di Milano di esprimersi, oltre ad altri temi, sulla disposizione contenuta nel regolamento comunale che prevedeva che alla persona con disabilità rimanesse una somma pari a € 50,00 mensili per le proprie spese personali.

Ampia e motivata la risposta dei Giudici: “ In merito al sesto motivo di ricorso occorre rilevare che il Comune non ha chiesto……l’incameramento di tutti i redditi della ricorrente. Tuttavia l’impugnazione del regolamento comunale deve ritenersi ammissibile in quanto esso incide sulla successiva rideterminazione del contributo che potrà essere richiesto al disabile. In merito la giurisprudenza ha chiarito che non è possibile l’incameramento dell’intero importo dei benefici assistenziali. Una quota non irrilevante deve infatti rimanere al disabile, in analogia a quanto previsto in via di principio dall’art. 24 comma 1 lett. g) della legge 328/2000, essendo la disponibilità di mezzi economici uno strumento che favorisce l’inserimento sociale e la valorizzazione della soggettività dell’individuo rispetto al contesto familiare (TAR Lombardia, Brescia, 21/10/2011 n. 1453).La definizione di un limite prestabilito con carattere di generalità previsto dall’art. 40 comma 3 del regolamento comunale viola il principio di proporzionalità in quanto la quota mensile per spese personali dipende dalle necessità della singola persona e dalla quantità di servizi ad essa offerti. Non può essere quindi predeterminata con carattere di generalità per tutti ma deve essere attentamente vagliata dagli uffici in relazione ai dati forniti dalla famiglia in merito alle esigenze personali dell’assistito che richiedono un intervento familiare. Ne consegue che è illegittimo l’art. 40 comma 3 del regolamento comunale nella parte in cui stabilisce che la quota mensile per spese personali è stabilita annualmente dalla Giunta comunale. E’ inoltre illegittima la deliberazione della giunta comunale n. 98/2003 nella parte in cui stabilisce che la quota mensile per spese personali è di euro 50,00 in considerazione dell’astrattezza del criterio utilizzato e della somma determinata, la quale non tiene conto dell’impegno che la famiglia profonde per l’assistenza del disabile, riducendo la disponibilità economica di questa ai minimi termini, quasi si trattasse di somme assegnate ad un minore per le sua spese voluttuarie, mentre si tratta di somme nella disponibilità della famiglia per assistere un suo componente nello svolgimento della sua vita di relazione”.

Riepilogando, la sentenza afferma che:

  • I Comuni non possono “assorbire” tutte le risorse della persona ai fini del pagamento delle rette dei servizi;
  • tale somma non deve essere irrilevante perché non si tratta di far fronte a delle spese di carattere voluttuario, ma delle spese necessarie allo svolgimento dignitoso della vita della persona;
  • Anche se in questa sentenza i Giudici non lo menzionano espressamente, il progetto individuale (art. 14 L.328/2000) rimane il punto fermo a cui riferire sia la definizione/erogazione dei sostegni (servizi, prestazioni, interventi, ecc.) utili a rimuovere le cause di discriminazione ed a creare condizioni di pari opportunità, sia per determinare, in modo concreto, anche l’entità delle somme di cui la persona/famiglia deve disporre per condurre dignitosamente la propria vita.

Al fine di facilitare l’invio di eventuali richieste di revisione dei regolamenti comunali, abbiamo predisposto un fac-simile di comunicazione che le persone con disabilità, i loro familiari o chi svolge il ruolo di amministratore di sostegno (o tutore) possono utilizzare come traccia.

Di seguito trovate un fac-simile di lettera da utilizzare per chiedere al Comune di rivedere l’entità della somma da lasciare a disposizione della persona con disabilità. Ricordiamo e precisiamo che tale iniziativa deve trovare adeguate motivazioni – da collocare nella più ampia attività che riguarda la redazione e l’attuazione del progetto individuale – che richiedono, ovviamente, correttezza e trasparenza da parte del richiedente. In altre parole, è evidente che quanto qui descritto non può essere inteso come una generica richiesta di avere maggiori somme a disposizione, ma deve essere il risultato di un percorso che coinvolga, innanzitutto e nei limiti del possibile, la persona con disabilità e, secondariamente, gli operatori del territorio (ASL e/o Comune) con i quali avviare il confronto sulle necessità, esigenze e diritti della persona.

Il fac-simile prende in considerazione la situazione che vede la persona con disabilità inserita in una struttura residenziale (RSD, CSS o C.Alloggio) dove più frequenti sono i casi in cui i Comuni utilizzano interamente (o quasi) i patrimoni della persona con disabilità.

Scarica il fac-simile (vedi allegato)

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