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"Pagare i servizi rivolti alle persone con disabilità?"

Pagare i servizi rivolti alle persone con disabilità?

Pagare i servizi rivolti alle persone con disabilità? Per la Regione Lombardia ci si deve basare solo sulla condizione economica individuale, e non su quella familiare.

Nel corso della seduta del 14 febbraio 2012 il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato il progetto di legge n. 66 che introduce significative modifiche al testo dell’articolo 8 (partecipazione al costo delle prestazioni) della L.R. DEL 12 MARZO 2008 n. 3 (governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale e sociosanitario).
In questa prima nota affrontiamo solo alcune delle novità introdotte con la nuova disciplina, che, lo diciamo subito, dovranno superare, prima di potere entrare pienamente in vigore per l’intera rete dei servizi regionali, un periodo di sperimentazione, sulla base di decisioni che saranno assunte dalla Giunta Regionale.
Prima di esaminare sommariamente le novità, occorre dire qualcosa sul percorso che ha preceduto la decisione del Consiglio Regionale. Un percorso lungo e complesso iniziato nel dicembre 2010, proseguito per l’intero anno 2011 non solo attraverso il dibattito tra le forze politiche presenti in consiglio regionale, ma anche attraverso numerose audizioni, tra cui anche quella condotta dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità – la federazione delle principali associazioni della disabilità della Lombardia).

In positivo ci sono i passaggi che indicano con chiarezza che l’intera rete dei servizi alla persona rivolti a persone con disabilità (sociosanitari e socio-assistenziali) è assoggettata al criterio generale della evidenziazione della condizione economica del solo assistito (distinguendo quindi tra persone con disabilità e persone anziane non autosufficienti). Rispetto alla normativa statale occorre dire che la Regione Lombardia ha scelto di introdurre ulteriori criteri, in questo caso più chiari e più vicini alle richieste delle Associazioni. La normativa statale infatti fa riferimento ai percorsi assistenziali di natura sociosanitaria integrata, lasciando dei dubbi interpretativi su quali siano in realtà i servizi per i quali vale il principio del “reddito individuale” rispetto ad altri servizi (socio-assistenziali ?) per i quali i Comuni possono riferirsi al “reddito familiare”. Avere indicato, nella modifica votata poche settimane fa, che l’intera rete dei servizi è regolata dal criterio del “reddito individuale” introduce indubbi elementi di chiarezza e di positività, recependo pienamente le istanze da tempo presentate dalle Associazioni. Non solo. Rispetto alla normativa statale, la norma regionale distingue nettamente tra la condizione della persona anziana divenuta non autosufficiente e la condizione della persona con disabilità. La norma statale vigente infatti colloca sullo stesso piano le due situazioni (anziani ultra 65enni non autosufficienti e persone con disabilità in condizione di gravità ai sensi dell’art. 3 comma 3 della L.104/1992). Una norma che, senza esprimere qui valutazioni e giudizi, temiamo abbia rappresentato un evidente freno da parte delle Amministrazioni Comunali al rispetto della Legge, in considerazione dell’evidente maggiore spesa che i servizi per le persone anziane rappresentano rispetto ai servizi per le persone con disabilità. Una sistematica violazione alla legge dello Stato che per nessun motivo può essere condivisa, ovviamente, ma che era tempo fosse messa in discussione in considerazione della oggettiva profonda diversità che esiste tra le due condizioni di vita (esistenziali e materiali).

In negativo ci sono i passaggi che dispongono di tenere conto delle attuali provvidenze economiche (pensione di inv.civ. e indennità di accompagnamento) ai fini della determinazione del reddito della persona (50% in caso di fruizione di un servizio diurno; 100% in caso di fruizione di un servizio residenziale). Un passaggio da noi non condiviso, per il semplice motivo che la vigente normativa statale in materia fiscale esclude nella maniera più assoluta che tali forme di assistenza economica possano rientrare nel concetto di “reddito”.
L’altro elemento di insoddisfazione da parte nostra è il riferimento alle persone disabili gravi, senza alcuna specificazione o richiamo esplicito alla norma vigente in materia (art. 3 comma 3 L.104/1992). In sede di audizione e presentazione di emendamenti LEDHA e ANFFAS avevano chiesto di non fare più riferimento al concetto di “gravità”, per una serie di considerazioni che attengono, in buona sostanza, alla necessità di cambiare radicalmente l’approccio alla disabilità e quindi alle sue molteplici fisionomie, in nome dei nuovi criteri e principi stabiliti dalla Convenzione ONU e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Fin qui le prime osservazioni che ci sentiamo di poter svolgere, fermo restando che, come già detto, occorrerà non solo attendere che le modifiche siano pubblicate sul BURL (Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia) ma, soprattutto, che la Giunta Regionale stabilisca le modalità per avviare e condurre la sperimentazione, al termine della quale sarà valutabile l’effetto (anche in termini economici) che le modifiche apportate alla legge regionale avranno avuto sul sistema dei servizi.

Rimane solo un ultimo aspetto da evidenziare con preoccupazione.
Nel testo approvato dal Consiglio Regionale si legge in più parti che il concorso alla spesa a carico dei cittadini/utenti dei servizi è relativo alla retta sociale o, in caso di servizi sociosanitari (CDD, CSS, RSD) alla parte di costo del servizio non a carico del fondo sanitario regionale. E fin qui, nulla di strano, anzi, tutto di giusto, visto che questo principio è chiaramente fissato dalla legge dello Stato (DPCM 29.11.2001).
Il problema nasce quando si legge nel testo regionale che il finanziamento dei servizi rientranti nei Livelli Essenziali di Assistenza (i cosiddetti LEA) è modulato in base a tre criteri. I primi due sono già da tempo in vigore nel sistema regionale lombardo (la tipologia del servizio e la condizione di salute degli ospiti). Il terzo criterio, invece, chiama in causa la condizione economica dei cittadini/utenti. Il dubbio insomma è che anche sulla parte a carico del fondo sanitario vi possa essere una quota economica a carico del cittadino, oltre che sulla parte sociale. Su questo delicato passaggio le Associazioni del terzo settore riunite nel Forum del Terzo settore della Lombardia si sono già mosse nei confronti della Regione, chiedendo, con una lettera indirizzata alla relatrice del progetto di legge (nonché Presidente della terza commissione consiliare – la Consigliere Regionale Margherita Peroni), di fare chiarezza.


La partita è quindi del tutto aperta. Certo è che se fosse confermata l’analisi saremmo in presenza di un fatto grave non solo per lo stravolgimento di una norma statale specifica (LEA – DPCM 29.11.2001), ma per lo stravolgimento di un principio di rango costituzionale (Art. 117 lett. m). Non solo. Se il dubbio venisse confermato saremmo in presenza di una situazione che amplierebbe a dismisura i contenziosi giuridici non solo a livello di TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) ma, probabilmente, anche a livello di Corte Costituzionale (eventualità affatto remota, visto che la Corte dovrà pronunciarsi sulla legge regionale Toscana, dopo essersi già espressa sulla legge regionale dell’E.Romagna). Oltre alla violazione dei diritti, si vanificherebbe quindi uno degli obiettivi che il progetto di legge presentato oltre un anno fa si era indirettamente posto: ridurre gli spazi di interpretazione e abbassare la “temperatura” nel rapporto tra cittadini, Associazioni e Istituzioni.

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